Oops I DDD IT Again…

…e [ATTENZIONE SPOILER] sono passato al lato oscuro.

Sono da poco finiti i Digital Design Days 2019.
Quest’anno ho preso il biglietto per tutte e tre le giornate.

Come l’anno scorso voglio condividere con voi qualche pensiero, ma prima devo confidarvi una cosa: sono diventato un “designer”.

Prendete questa affermazione per quella che è, farò un articolo dedicato al riguardo, ma per farvi meglio capire quanto segue, avevo bisogno che conosceste la mia nuova occupazione.

Veniamo dunque ai #DDD19.

Ecco un mio veloce recap delle giornate

10 ottobre

Giovedì ho visto pochi talk, perché durante il pomeriggio ho partecipato al workshop su Sketch tenuto da Silvia Bormueller. Workshop interessante, anche se ammetto che molte cose le sapevo già e mi aspettavo qualcosa di più.
L’entusiasmo è però schizzato alle stelle quando è iniziato l’ultimo talk della giornata tenuto da Peter Smart, Head of Product Design in Fantasy, una delle più incredibili UX/UI Design Agency del pianeta.
I loro lavori hanno una qualità pazzesca e ascoltare Peter mentre raccontava il modo in cui approcciano i progetti è stato “fantastico”.

Da notare come, quando siamo andati a fargli qualche domanda alla fine del suo talk, lui sia stato disponibilissimo e addirittura ci abbia detto di contattarlo via mail per qualsiasi richiesta.
Il suo atteggiamento è stato assolutamente aperto, non è facile trovare professionisti che dopo averci messo tanto impegno, abbiano la capacità di restituire alla comunità.

11 ottobre

Sul palco molti speaker.

Mr. Gough di Uber ci ha raccontato come la società sia partita da un “semplice” servizio per arrivare a cambiare la vita di molte persone e i suoi piani di espansione paiono davvero illimitati.

Le ragazze Chajin e Yang di Digital Entity, la prima colombiana che ha vissuto in Giappone e la seconda cinese da 8 anni in Italia, hanno invece mostrato come culture diverse possano unire le forze e collaborare agli stessi progetti prendendo il buono da ognuna.

Claudio Guglieri di Huge ha invece parlato di come la conoscenza dei limiti dell’uomo possa aiutare a progettare cose che gli permettano di superarli.
Aprire il proprio talk con una sorta di test di velocità di lettura è stato, a mio parere, geniale!

12 ottobre

L’ultimo giorno doveva essere il giorno di Pentagram, ha bisogno di presentazioni?
Purtroppo però Abbot Miller è stato male e non ha potuto fare il suo talk.
Davvero un peccato, ma non per questo la giornata è stata rovinata, anzi!

Si è iniziato con la presentazione di Mr. Aurtande (Creuna) che ha parlato della creazione del Design System della città di Oslo.
Caso che già conoscevo, ma del quale ho scoperto cose nuove, tipo il fatto che hanno lavorato anche ad una musica creata con i rumori della città e… DIAVOLO quanto quella musica mi ha ricordato i miei giorni a Oslo!

Nel pomeriggio invece è stato davvero un mondo di emozioni, la positività di Liva Grinberga di MediaMonks è stata seguita da una presentazione assolutamente fuori dagli schemi tenuta da Polina Zakh di Sila Sveta.
A quanti di voi è capitato un progetto in cui sostanzialmente il cliente vi dicesse: “Hai a disposizione uno dei giganteschi schermi di Times Square, facci quello che vuoi!”.

A chiudere la giornata Spotify che oltre ad inondarci con la voglia di ballare, ci ha emozionato con alcuni progetti tra cui quello fatto a New York per commemorare David Bowie.

Cosa mi porto a casa?

Per prima cosa gli stati d’animo: è stato un crescendo.
Il primo giorno tranquillo e curioso, il secondo giorno affamato di dettagli ed entusiasta dei vari talk e il terzo giorno la voglia estrema di uscire dall’evento e correre all’aeroporto.

Sì, avete letto bene: all’aeroporto.

Tutti quei progetti fantastici mi hanno fatto capire che in Italia abbiamo tanti pregi, ma la nostra mente è purtroppo molto chiusa.
Non abbiamo voglia di cambiare.
Quando lo facciamo, lo facciamo a fatica e che paura assumersi qualche responsabilità!

Ascoltando il talk di Fantasy, mi è venuto in mente di quando mi è capitato di applicare lo stesso loro approccio durante un progetto.
La risposta del cliente è stata:

“Eh, questa idea è bellissima, ma mi cambia tutta una serie di aspetti che… è un casino, lasciamo perdere.”

Capite anche voi che se queste sono le risposte che si ricevono quando vengono applicati i metodi e modi usati dai più grandi, non si andrà molto lontano.

Che peccato! Quanta innovazione buttata…

Ho provato ad immaginarmi il progetto di David Bowie sviluppato nel nostro paese:

  • muore un grande cantante
  • un’azienda decide di rendergli omaggio facendo installazioni e tappezzando la città di manifesti
  • quell’azienda prepara tutto il progetto e si reca all’ente designato per chiedere i permessi

A questo punto parte il delirio burocratico: “Guardi, deve inviare una raccomandata all’indirizzo xyz, poi deve attendere 60 giorni per la valutazione. A quel punto potrà tornare qui per ricevere il nulla osta. Nel frattempo dovrebbe decidere le zone e fare richiesta di occupazione di suolo pubblico… bla bla bla”.

Nel frattempo è morto un altro grande cantante…

Ora viene da sorridere, ma questo genere di cose limitano la creatività e la limitano un sacco.

Il creativo non ha bisogno di limiti, vi dico solo che in un talk si è parlato del fatto che alcuni designer avevano assunto una dose di LSD per riuscire a creare un qualcosa di “allucinante”.
Se avete dubbi su questa tecnica, vi consiglio di guardare “La mente svelata” su Netflix ed in particolare l’episodio “Sostanze psichedeliche”.

In ogni caso, il risultato era davvero riuscito.

Tra l’altro tutto ciò mi ricordava la biografia di Jobs, l’avete letta?

Detto questo però sarebbe troppo facile arrendersi con un classico “tanto qui non funziona mai nulla…”.

Provate a pensare se Jobs si fosse fermato al primo “non si può fare”.

Credo sia quindi sensato raccogliere la sfida e provare a superare la difficoltà pensando out-of-the-box, come se fosse un nuovo progetto al quale applicare creatività senza limitazioni.

Per concludere, voglio riportare quanto evidenziava il mio socio e cioè quanto sarebbe importante che le aziende che hanno a che fare con i designer, siano essi freelance o agenzie, partecipassero a questi eventi per capire cosa c’è dietro al loro lavoro e allargare di fatto la propria visione.

Non posso che essere d’accordo con lui!
L’anno scorso ho partecipato da sviluppatore e mi si è aperto un mondo, tanto che quest’anno da “designer” ho avuto davvero un sacco di spunti.

In attesa dei Digital Design Days 2020, non mi resta che continuare ad applicare l’approccio dei più grandi cercando sempre di più di farlo comprendere ai clienti e chissà che tra qualche tempo non sia qui a scrivere un articolo su come abbiamo progettato un prodotto che ha cambiato in meglio la vita delle persone.

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